Domenica, Luglio 23, 2017
   
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GRENOBLE: IN BICI O IN MONOPATTINO TRA I MONTI DI STENDHAL
Alla scoperta della città francese sede delle Olimpiadi invernali del ’68, oggi vivace microcosmo multiculturale ad alto tasso italico

GRENOBLE: IN BICI O IN MONOPATTINO TRA I MONTI DI STENDHALdi Lucia Cosmetico | Foto di Duccio Pugliese


Per abbracciare con lo sguardo Grenoble dall’alto bisogna provare l’ebbrezza della sospensione sulle ‘bulles’ (letteralmente ‘bolle’), che collegano attraverso una teleferica il centro con la sommità del monte dove si trova la Bastiglia. Non quella celebre parigina, che diede avvio alla Rivoluzione, ma una fortificazione dell’Ottocento che segna il paesaggio cittadino ricordando i tempi in cui ci si doveva difendere da nemici vicini. Da lontano le ‘bulles’ sono un elemento decorativo di grazia leggiadra: se ne vedono salire e scendere quattro-cinque alla volta, una dietro l’altra come se fossero i saliscendi di un pallottoliere ridotto oppure una serie di addobbi natalizi penzolanti tra il fiume (l’Isère) e il cielo. Quelle attuali vennero inaugurate nel 1976, andando a sostituire le vecchie cabine degli anni Trenta. Nelle ‘bulles’ si sta seduti al massimo in cinque, in assetto ‘petalo di fiore’ e con qualche leggero tremore anche se non si soffre di vertigini. I più coraggiosi osino occupare una ‘bulle’ da soli, e possibilmente la prima, così da avere tutto il brivido dei pionieri che ascendono o discendono un dislivello di 260 metri, che si può anche affrontare a piedi in un’ora con una barretta energetica di salvataggio.

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TRIESTE: UNA "SCONTROSA GRAZIA" DI CONFINE
I contrasti di una città che affascina ed incanta


TRIESTE: UNA di Lucia Cosmetico foto di Duccio Pugliese

Pronunci la parola Trieste e viene naturale proseguire con i versi di Umberto Saba, che alla sua città natale dedicò una delle sue più belle poesie: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia”. Contrasti dell’anima che risuonano ancora tra le vie di una città che continua ad affascinare ed incantare turisti e visitatori di passaggio, colpiti dall’originalità di questo luogo così periferico, diverso e singolare rispetto al resto del Paese. A partire dalla storia: sotto l’Austria per più di cinquecento anni, porto franco dell’Impero asburgico dal 1719, unito all’Italia soltanto a partire dal 1918 e poi segnato da vicende drammatiche come l’occupazione jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale, l’esodo istriano e un processo di ‘liberazione’ che durò di fatto fino al 1954.

UNITI IN PIAZZA, SEPARATI IN SPIAGGIA
Quando vi troverete a contemplare Piazza dell’Unità d’Italia dal molo Audace, quindi, pensate a quanto questa ‘unità’ fu davvero faticosa da raggiungere in queste terre, e poi distendetevi al sole per abbandonarvi ad una delle attività più amate dai triestini: prendere il sole, appunto. Prenderlo tutto, dai più timidi raggi invernali al solleone d’agosto, senza tralasciare le stagioni di passaggio che preparano o salutano l’estate.
Sul luogo dove stendervi, avete davvero l’imbarazzo della scelta: può essere il già citato molo Audace, da cui si gode un’amena vista sulle Rive, il lungomare barcolano, oppure una caratteristica spiaggia di origine asburgica dove vige una regola ferrea: uomini e donne separati da un muro. Si tratta dello stabilimento comunale ‘Alla lanterna’, più comunemente noto in città come ‘El Pedocìn’, vero orgoglio di generazioni di signore e signorine che qui possono assumere tintarelle da competizione lontano da mariti molesti, fidanzati o aspiranti tali. Né il crollo del muro di Berlino nell’89, né la frontiera aperta tra Italia e Slovenia alla fine del 2007

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SHIRIN EBADI AI GIOVANI: PROTESTATE, MA CON IL SORRISO

Shirin Ebadi ai giovani: protestate, ma con il sorrisodi Lucia Cosmetico


Pordenone, 17 maggio 2012. I tempi di crisi richiedono testimoni credibili ed autentici. E l’attivista iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace nel 2003, è uno di questi. Ai giovani che da 25 anni incontra nelle scuole ripete con la sua vita che un altro mondo è possibile. Che le scelte hanno un prezzo da pagare e questo a volte include anche il fatto di dover lasciare il proprio Paese e la propria famiglia, come ha dovuto fare lei stessa 3 anni fa. “Ogni cosa ha un suo prezzo, e noi lo dobbiamo pagare. La separazione dalla mia famiglia è il prezzo che ho accettato di pagare per continuare a svolgere il mio lavoro. I modelli dei ragazzi oggi sono attori, cantanti, persone del mondo dello spettacolo. Ma la vita vera non è il cinema, ed io sono qui per raccontarlo.”
Sabato scorso la Ebadi, prima donna musulmana a ricevere il Nobel per la Pace, ha incontrato i ragazzi di alcune scuole della provincia di Pordenone radunati nell’Auditorium Concordia. Sono stati gli studenti dell’Istituto tecnico commerciale ‘O.Mattiussi’ a chiamarla grazie alla sensibilità dei loro docenti (Daniela Dose e Mariapia Fedato), perché il dialogo è un’arte che forse bisogna davvero apprendere fin da bambini.


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"OPERATION TATAR": IL FILM CHE RACCONTA UNA MONGOLIA DIVERSA

operation tatardi Duccio Pugliese

14 maggio 2011 Il Far East Film è un Festival che nasce 13 anni fa mostrando principalmente pellicole di Hong Kong, Cina, Giappone, film d’azione e qualche pellicola autoriale. Bisognerà attendere quella che verrà ricordata come l’edizione “con le corna”, la 13a, per vedere sul suo schermo la prima pellicola proveniente dalla Mongolia: “Operation Tatar”. La direttrice del Festival Sabrina Baraccetti introduce il regista mongolo Baatar Bat-Ulzii con una certa emozione: “Per la prima volta un film da un paese tanto lontano quanto sconosciuto, ascolteremo una lingua mai sentita prima qui a Udine”. Un applauso caloroso dal pubblico accoglie il corpulento regista dell’Ovorkhangai, riconoscibilissimo tra i minuti ospiti cantonesi e sudcoreani. Baatar pare stupito per la gremitissima sala. Un giovane padovano, con grande sorpresa per gli astanti, gli fa da interprete dal mongolo all’italiano, ma c’è il trucco, “anche se non si vede”: uno dei genitori viene dal Paese delle steppe, si scoprirà poi. Il pubblico che assiste alla proiezione è stupito a sua volta per questa pellicola che non mostra affatto la Mongolia oleografica che ci si aspetta, tutta praterie, cavalli e gher, bensì una Ulaan Bataar dinamica, caotica, “moderna”, a tratti violenta, in questo divertente gangster movie.

l'articolo completo su http://www.mongolia.it/cinema_contenuto.htm

   

INTERVISTA A ZHAO TAO
ZHAO TAO : DAVID DI DONATELLO COME MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

zhao taodi Lucia Cosmetico

Per la prima volta nella storia dei prestigiosi Oscar italiani un'attrice straniera trionfa per il suo ruolo nel film di Andrea Segre 'Io sono Li'. "E' un'importante conferma della mia carriera decennale". Roma, 7 mag. 2012 - E' un bel segno per l'Italia e per il suo futuro sempre più multietnico. L'attrice che venerdì scorso si è aggiudicata il David di Donatello come migliore protagonista parla cinese ed ha un volto autenticamente orientale. Non era mai successo nella sessantennale storia degli Oscar italiani. Lei si chiama Zhao Tao, e la giuria ha deciso di premiarla per il suo ruolo bilingue nel film di Andrea Segre 'Io sono Li': storia di un incontro-scontro tra due mondi distanti ambientato a Chioggia, nei suoni e colori della laguna veneta.

Classe 1977, originaria della provincia dello Shanxi, Zhao Tao in realtà con l'italiano non ha ancora una grande dimestichezza, anche se nel film di Segre ha dovuto anche imparare parole e modi di dire del dialetto veneto. "Mi ricordo che quando ho letto il copione mi è sembrato subito molto bello per la sfida linguistica, e poi perché il ruolo della barista Shun Li, che si trova a lavorare in un'osteria frequentata da pescatori veneti, non era marginale ma era quello della protagonista di una bella storia". Una storia nata dall'osservazione della realtà, che si apre a squarci di intensa poesia. "Il regista aveva incontrato una donna simile a Shun Li proprio in un'osteria veneta, e da lì gli è venuta l'ispirazione per il film". Così scrive infatti nelle note di regia il giovane documentarista e regista di origine padovana: "Il ricordo di questo volto di donna così estraneo e straniero a questi luoghi ricoperti dalla patina del tempo e dell'abitudine non mi ha più lasciato. C'era qualcosa di onirico nella sua presenza".

l'articolo completo su http://www.agichina24.it/l-intervista/notizie/david-di-donatello-come-br-/migliore-attrice-protagonista

   

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